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Tipologie di miele Il miele italiano è di gran lunga il miele
migliore d’Europa, grazie alla grande ricchezza della flotta: ve ne
sono più di 30 tipi. Il miele più diffuso è il “ millefiori ”, così
chiamato perché il reato succhia nel mettere da più fiori, prodotto
da circa il 70% delle aziende; seguono il miele di acacia, il miele
di castagno, e il miele di agrumi. Abbastanza diffusi anche i miei
figli e l’eucalipto, di girasole, di tizio; più rari i mieli di
corbezzolo, salvia, mandorlo, ciliegio, nespolo, lavanda, rosmarino. Un tempo il miele godeva di una stima particolare perché si credeva avesse virtù terapeutiche. Una considerazione durata fino ai tempi recenti, se una sentenza del 1965, oggi irripetibile, della Corte di Cassazione assolse un produttore che vendeva un miele medicinale, con la motivazione che si trattava di una sostanza avente notoriamente guarita ed effetti medicinali. E i vigili o meno il Che il miele sia un prodotto genuino, se consumato così come fatto da alleati, è indiscutibile, anzi è uno dei propri prodotti della natura che non ha bisogno dell’intervento correttivo dell’uomo. Generalmente il miele è di mettere, sostanza zuccherina prodotta dai fiori sul fondo della corolla. L’idea di operaie lo succhiano e lo portano nell’alveare, dove viene presi in consegna dalle api magazziniere. Queste lo trasformano in miele arricchendolo con nelle proprie secrezioni ghiandolari ricche di enzimi e lo immagazzinano nelle cellette esagonali dei falli. Poi entrano in azione le api 20 l’attrice, che sbattendo con forza le ali lo fanno asciugare: l’eccessiva presenza di acque infatti lo farebbe alterare presto. Le api sanno dell’umidità deve scendere sotto il 18% e smettono la ventilazione quando era raggiunto questo limite. Davo tutte queste operazioni, il miele nelle cellette viene tappato con uno strato di cera vergine, in modo da non permettere l’assorbimento di umidità. Poi c’è il miele di melata, che le api ricavano dalle piante del bosco è per tale motivo può chiamarsi miele di bosco. A differenza del primo è ricavato da sostanze zuccherine segrete da insetti che si nutrono della linfa delle piante e che rimangono attaccate ai rami e alle foglie. Le api se ne cibano è prodigo non miele meno dolce di quello di mettere, di colore più scuro e di sapore aromatico. La denominazione miele di bosco viene utilizzato agenda dei paesi europei per definire la melata. Se si indica in etichetta all’origine territoriale precisa, bisogna però indicare la localizzazione regionale, territoriale o topografica del bosco. Se si rivendica invece in etichetta un miele di bosco di origine floreale e non di melata, la denominazione è miele di fiori di bosco. Legislazione sul miele
Anche la comunità europea ignorò la questione quando emanò una direttiva sulla produzione e commercializzazione del miele, ma nel 1982 gli agricoltori italiani riuscirono a ottenere che, nella legge di attuazione, fossero previsti due divi di miele: quello denominato semplicemente miele, cioè il prodotto pastorizzato di qualunque provenienza, e quello denominato miele vergine integrale, che era il prodotto nazionale, tradizionale genuino, non manipolato e corrispondente a precisi requisiti chimico-fisici. Era una classificazione nuova, sconosciuta alle altre legislazioni, che consentiva al consumatore di capire la differenza che incontrò le ostilità degli importatori. Ne seguì una lunga e sotterranea guerra, anche perché il ministero dell’industria non hanno mai il decreto sui requisiti del miele vergine integrale, che per tale motivo restò una denominazione un po’ abusiva. L’incongruenza normativa stava nel fatto che una legge nazionale non poteva mettere una barriera ai prodotti europei consentendo questa denominazione sono il miele italiano e, infatti, con la legge comunitaria 1990 si estese la denominazione anche ai miei europei che, beninteso, possono essere importati sfusi ed etichettati da un confezionatori italiano. Questo è stato il primo regalo fatto dall’Italia agli altri miei comunitari; ma non era finita, perché la Cina, l’Argentina e la Romania, non facevano parte della CE e gli importatori industriali, per usare la denominazione, dovevano ricorrere a macchinose triangolazioni, facendo transitare il miele della Germania in modo che, sulla carta, apparisse come miele comunitario. Per evitare questi fastidi, nella legge sull’etichettatura del 1992 fu introdotto un altro aggiornamento che consentiva di usare la denominazione miele vergine integrale anche per quella non europeo. Sennonché quella legge 128/1998 questa dizione sparisce del tutto, con l’abrogazione della norma che affidava al ministero dell’industria il compito di stabilirne le caratteristiche. Per l’ennesima volta fu cambiata anche l’etichettatura: il miele extracomunitario, se miscelato con miele comunitario, doveva riportare la dicitura miscela con miele extracomunitario. E non era ancora finita: la direttiva Ce 2001/110 rimise mano alla materia con una norma che imponeva l’indicazione del paese d’origine. Apparentemente, la norma accontentava i consumatori, che così sapevano se il miele veniva dalla Cina o da altri paesi dove di qualità scadente. Ma intanto dava agli importatori una scappatoia, poiché bastava aggiungere un dramma di miele italiano a 1 t di miele cinese per sostituire l’indicazione del paese di provenienza con la dizione miscela di miele originali e non originari della Ce, cioè l’indicazione piuttosto generica. In seguito alla legge 81/2006 ha ripristinato la vecchia norma, stabilendo semplicemente che sull’etichetta devono essere indicati il paese o i paesi d’origine in cui il miele è stato raccolto. Infine, la nuova direttiva comunitaria introdotto un altro divo, il miele filtrato, definito come quello ottenuto eliminando sostanze organiche o inorganiche estranee, in modo da avere come risultato l’eliminazione significativa dei pollini. La definizione non capolavoro di furbizia perché in realtà chi ha voluto questa norma aveva in testa il gol Dini e non le sostanze organiche e inorganiche. Infatti, il miele diventa filtrare in quanto privato dei pollini dopo essere stato filtrato da una membrana con i fori piccolissimi ( ormai la micro filtrazione è di moda). Praticamente un miele denaturato perché ridotto uno zucchero fluido e durante di più perché la micro filtrazione trattieni lieviti responsabili della fermentazione. Ma il regalo agli importatori è doppio perché la scomparsa dei pollini rende il miele un oggetto misterioso: è dall’analisi dei bollini, infatti, che si riconosce non sono all’origine floreale, ma anche la provenienza del miele: se scompaiono, può essere dichiarato nel italiano anche qualsiasi altro miele. Altre novità introdotte dalla direttiva, già riceve in Italia, sono il miele industriale e la possibilità di riportare in etichette indicazioni che fanno riferimento a criteri di qualità specifici. Il miele normale non può essere pastorizzato per allungarne la vita, ma subire solo lieve riscaldamento per facilitare il d’accertamento. Il miele per usi industriali, invece, viene surriscaldato per eliminare difetti originari o di vecchiaia, ma può essere venduta al consumatore anche con i difetti è comunque con la menzione unicamente ad uso culinario, cioè per fare dolci. Ovviamente costa di meno. Quanto alla possibilità di indicare in etichetta criteri di qualità specifici del miele, non si sa ancora a che cosa si riferisce alla norma. Di certo, c’è che anche il miele dovrà riportare la data di scadenza, che prima era facoltativa. La storia continua. Produttori di miele in Italia In Italia ci sono un milione di alveari dove lavorano 50 miliardi di anni. Gli apicoltori sono circa 7500.
Articolo tratto da "Club 3, paag. 60 - Mese di Ottobre". |